venerdì 14 novembre 2008

Euforia a parte... una piccola parentesi

In un periodo come questo, in cui si è subissati da una quantità di titoli disarmante, emerge la necessità di chiedersi sino a che punto tanta quantità comporti necessariamente altrettanta qualità. Di certo il fenomeno cui stiamo assistendo in tal senso ha il non indifferente merito di trascinare un’ulteriore fetta di utenza che in questo scenario, se rimasta indifferente ad un titolo, ha sicuramente modo di “ripiegare” su qualcos’altro data la vastità dell’offerta.

Ci si ritrova quindi a chiedersi come mai – nonostante Gears of War 2, Fallout 3, Fable 2, Dead Space e chi più ne ha più ne metta – sembra ancora mancare qualcosa, come una piccola falla che stenta ad essere otturata sebbene il materiale a disposizione pare essere più che sufficiente. D’altra parte simili produzioni vantano indubbiamente una validità che è fuori discussione… ma c’è un però: che li enormi sforzi siano stati indirizzati prevalentemente nel verso opposto a quello che servirebbe attualmente?

Voglio dire, lo sfrenato desiderio di grafica superpompata e finezze tecniche di varia natura sono davvero ciò di cui in questo momento ha bisogno questo settore?
O meglio ancora: basta solamente tutto ciò?
So che a primo impatto potrà sembrare lievemente superficiale come approccio, ma non snobbo affatto l’egregio lavoro svolto da molti sviluppatori e di differenti compagnie; solo mi chiedo se questa loro eccessiva apertura ad alcune logiche di mercato (prima ancora che verso noi utenti) non finisca per confondere loro le idee e “limitarli” in un certo senso.

Ciò che muove quest’industria dovrebbero essere le idee prima ancora che i quattrini, e anche se una simile considerazione possa risultare smielatamente idealista, serve che qualcuno le dica certe cose, mentre qualcun altro prenda fermamente posizione. Ciò che rammarica di più in tutto ciò è assistere ad enormi sforzi profusi nella stessa identica direzione, atteggiamento che finisce con lo svilire anche i lavori più meritevoli. E sia chiaro, le mie valutazioni non riguardano la genuinità della direzione in sé: nessuno mette in dubbio l’esigenza di una grafica sempre più performante, né oso anche solo pensare che se ne possa fare totalmente a meno, ma come dicevano i latini (che la sapevano più lunga di noi), in medio stat virtus.

L’elemento “caramella per gli occhi” non è guasto di suo, ma diventa un problema nel momento in cui incide su altri aspetti, ugualmente importanti e per niente opzionali. Si tratterà magari di percezioni, ma quella del sottoscritto (che pur si sta anch’egli godendo alla grande questo intenso periodo videoludico) è che l’impoverimento delle idee che si va registrando da un po’ di tempo a questa parte sia anche da attribuire all’univoca direzione intrapresa da troppi, che con i “facili” consensi di una forza bruta rilevante in termini grafici, contano forse di risolvere altre magagne – in casa e fuori casa loro.

Tali considerazioni sono mosse anche da un altro fenomeno, decisamente più triste e che stavolta riguarda noi giocatori più da vicino. Qualcuno potrebbe storcere il naso, ma di alimentare stupidi e inconsistenti campanilismi non ho proprio voglia; semmai si cerca di ragionare, anche con l’aiuto di altri. Ebbene, mi riferisco all’atteggiamento che abbiamo assunto nei riguardi di questa generazione e delle tre compagnie che la stanno portando avanti (mi riferisco chiaramente a Microsoft, Nintendo e Sony). Non so come mai, forse perché rincoglioniti da tutta questa esaltante roba, forse perché adesso, grazie anche ad internet, siamo molti di più a parlare, sarà quel che sarà, ma di rado regna il buon senso dalle nostre parti. In certe occasioni portiamo all’esasperazione difetti insiti nell’uomo da che mondo è mondo, producendoci in contraddizioni eclatanti e prese di posizione che sfiorano l’assurdo. Ed è inutile tirarsene fuori, vuoi o non vuoi tutti soffriamo questa antipatica situazione.

Si tratta a questo punto di capire se non siamo noi ad influenzare gli sviluppatori o viceversa, se quel potentissimo mezzo denominato ‘vendite’ sia finora stato adoperato in maniera impropria, oppure se l’indebolimento generale ci stia rendendo ancora più vulnerabili a certe influenze, tale da avallare tesi “complottistiche” che vogliono le Software House quali manipolatori di turno. Qual che sia la verità, è innegabile che certi cori, riproposti puntualmente ogni tot di tempo e in tutti i forum del mondo, non ci incoraggiano a sperare in un cambiamento a breve termine. Per esempio, sembra essere sport diffuso sparare a zero su Sony, e non a torto in fin dei conti: la politica delle promesse non ha mai attecchito più di tanto, e alla lunga, se non degnamente supportata, dimostra la sua profonda pochezza. Per altro verso, ciò che in un simile scenario è venuto meno è sempre stato quel tanto caro buon senso di cui accennavo prima. Chi da un lato difende a spada tratta, chi dall’altro spara a zero come fosse la croce rossa. Questa chiusura costituisce uno scoglio insormontabile ai fini del discorso di partenza se non si cerca di sensibilizzare diversamente certi personaggi. Tra l’altro simili posizioni denotano qualcosa di diverso dello spropositato amore sbandierato in favore di quella o quell’altra compagnia, anzi, comporta proprio l’esatto contrario. Perché se davvero stesse a cuore Sony, per esempio, ci si infervorerebbe non già per le innumerevoli conversioni malriuscite, quanto per il mancato intervento affinché tale situazione cambi. Anche i sassi oramai dovrebbero sapere che la console di riferimento per lo sviluppo parte enormemente avvantaggiata, e che proprio la conversione (anziché un’ulteriore sviluppo separato) decreta la resa di quel prodotto su quella determinata macchina. Eppure queste ovvietà risultano sistematicamente disattese. Insomma, ci si lamenta e a ragione ma, come spesso accade, per i motivi sbagliati.

Senza divagare oltremodo, torniamo a focalizzare la nostra attenzione sulla questione ‘idee’. Nintendo sembra essere unica pioniera in tal senso, e se non altro bisogna riconoscerle il merito di aver intrapreso una strada totalmente opposta a quella dei suoi antagonisti, senza però, paradossalmente, riuscire fino ad ora a portare a compimento l’obbiettivo prefissato. Anche qui entra in gioco il fattore “politically correct”, imponendo implicitamente il silenzio riguardo la palese stasi innovativa che in partenza tanto sembrava florida e promettente. Nintendo ha sdoganato il WiiMote e, soprattutto, il Touch Screen, ecco allora che la sua infallibilità diviene un dogma di fede. Eppure anche questo modus pensandi sembra sortire il medesimo effetto, ossia impedisce di realizzare ciò che diversamente avrebbe già una forma.

In una realtà in cui FIFA insinua quantomeno il dubbio riguardo quale sia la migliore simulazione di calcio, per molti addirittura spodestando il buon vecchio PES, non è così utopistico pensare che da alcuni titoli PS3, prossimi al rilascio e non, passi la più concreta occasione di cui attualmente questo settore dispone per venire fuori da questo particolare momento. Magari proprio mentre veniamo bombardati da uscite di enorme spessore, mentre il portafoglio piange come poche volte abbia mai fatto e mentre ci spertichiamo in elogi verso una così fertile condizione in cui versa il calendario dei rilasci.

La mia non è una profezia, né tanto meno una scontata ed inevitabile verità, ma intendo ugualmente lanciare il sasso, senza peraltro tirare indietro la mano. Non riesco a fare a meno di scorgere ciò di cui questo fantastico mezzo ha bisogno in titoli come LittleBigPlanet ed Heavy Rain, non nell’ennesimo sparatutto come Killzone o in un accattivante RPG di stampo orientale come White Knight Chronicles. Capisco che in un’era in cui in troppi condividiamo la filosofia del “tutto e subito” risulti difficile guardare al di là del proprio naso, ma solo il ragionare in prospettiva può riportare in auge le premesse che hanno sempre contraddistinto il ‘videogame’. Sperimentazione, innovazione ed evoluzione: queste sono le tre parole chiave cui gran parte dei titoli dovrebbero attenersi, cercando di assecondarle nella maniera più consona.

Oggigiorno, però, ritornare a questo spirito sembra essere controproducente (per la tasca chiaramente), e se anche in quel di Kyoto ci si guarda allo specchio compiaciuti a tal punto da credere di aver dato abbastanza, allora è nostro “dovere” guardare altrove speranzosi.

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